PAPÁ

 

Papà.

hosceltodiesserefelice©AllRightsReserved
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Oggi per me è una giornata triste, il 29 maggio Papà avrebbe compiuto gli anni. Dico avrebbe poichè non c’è più. E’ mancato all’età di 68 anni e non sono mai riuscita a superare il dolore.

Mio Padre era una persona eccezionale e non solo ai miei occhi. Dotato di grande umiltà e carattere, proveniva da una famiglia che emigrò all’estero nei primi anni del ‘900. Una di quelle dove lo studio di un figlio era vissuto come una “perdita di tempo”, quasi un tradimento per il sol fatto che  toglieva braccia al lavoro. Eppure Papà pur di studiare di notte lavorava in una fornace (facendo a mano mattoni) e di giorno studiava. Fu premio Goncourt e neppure in quell’occasione i suoi genitori gli dissero quanto fosse stato bravo e quanto fossero orgogliosi di lui. 

A soli 17 anni conseguì non una ma due maturità; quella scientifico liceale e quella di perito aeronautico. Si iscrisse alla Sorbona di Parigi negli anni in cui gli italiani erano malvisti e vessati ma andò dritto alla meta, lavorando duramente per laurearsi in ingegneria civile senza neppure un giorno di fuori corso e sempre lavorando.

 Fu fatto prigioniero dei tedeschi e deportato in un campo e se non fossero arrivati gli americani, oggi,  non sarei qui a raccontare questa storia. Eppure  mai una volta nella sua vita perse il sorriso,  tantomeno vacillò la sua forza di volontà, non l’ho sentii mai dire una parola di odio verso chi aveva causato la sua e l’altrui sofferenza.

Sempre paziente e riflessivo, sempre umile con tutti. Ha vissuto 46 anni di vero amore con mamma e vederli faceva tanta tenerezza, innamorati come il primo giorno, mai uno screzio,  mai parole dette con toni alterati, sempre d’accordo su tutto: un grande, amorevole esempio. Ancor oggi ricordo con grande tenerezza quando andavamo in vacanza e  di notte li sentivo ridere nella loro camera o  quando, svegliandomi presto la mattina, li guardavo mano nella mano in giardino intenti a sorseggiare il primo caffè della giornata dividendosi il giornale o chiacchierando.  Quando lui morì la mamma smise di suonare il piano dicendo che “per suonare si deve sentire l’amore e il suo era volato via”.   

Collaborò con i più grandi nomi dell’architettura e ingegneria mondiale e anche con persone del calibro di Calder che accettò di esporre in Italia a patto che fosse lui a curare l’allestimento della sua mostra. I suoi amici (e soci)  scrissero di lui parole molto toccanti: “Alcuni suoi progetti rimarranno come innovativi e geniali, gli devo molto! S. era un Amico prima ancora che socio e collaboratore” (parole di R.Piano).

Quando è morto, il primo giorno in cui è andato in pensione, ho cercato di rianimarlo. Io, che da soccorritrice 118 avevo “ripescato” diverse persone dall’ arresto cardiaco, con lui ho fallito miseramente. Ho il rimpianto di non essere riuscita a dirgli tante cose, provo tristezza al pensiero che non abbia potuto vedere crescere l’unico nipote e gioire per ciò che è diventato: come sarebbe fiero!

Mi mancano le sue visite per due chiacchiere in giardino, dalle quali si congedava sempre con fasci di rose per il suo studio che io coglievo mentre lui mi  reggeva il cesto mentre chiacchieravamo. Quelle rose che non ho mai più raccolto ad eccezione della prima che sboccia nel mio giardino e che metto davanti la sua foto: la sola, l’unica, la più preziosa di tutte. E’ una giornata in cui non riesco a concentrarmi sul mio lavoro,  riesco a smettere di pensare a lui. Ho il desiderio di dirgli oggi quelle parole mai espresse  vuoi per il  pudore che avevamo, vuoi per il tipo d’educazione severa ricevuta.

“Papà oggi è il tuo compleanno. Avrei voluto dirti tante cose, ma tu sei “andato” prima che potessi farlo. Io so che, seppur da una dimensione più spirituale, sei accanto e vegli su chi hai amato, ma mi manchi. Mi mancano quegli abbracci che mi facevano sentire piccola malgrado l’età. Mi manca vederti assorto nel lavoro mentre ascolti musica classica e fischietti sottovoce. Mi manca vederti camminare con le mani in tasca nel bosco. Mi manca il tuo sorriso, il non poterti più dire che ti ho voluto bene e che ti sono grata per tutti i tuoi sacrifici che hai fatto per noi figli. Ti ringrazio per avermi insegnato ad essere umile, a camminare con la sola forza delle mie gambe senza cedere alle facili lusinghe. Vorrei dirti che avevi ragione quando asserivi  che il mio “esser troppo buona”  sarebbe  stata la mia condanna e ne avrei sofferto.  Grazie Papà per tutto quello che mi hai insegnato sin da piccola permeando il mio cuore e la mia mente di sapere. Ti voglio bene, un sentimento che neppure la morte ha potuto cancellare. Resterai parte del mio essere eternamente perché sei parte di me e quando non ci sarò più tu vivrai in tuo nipote poiché,  per tramite mio, ha ricevuto anche i tuoi insegnamenti. Buon compleanno Papà, ovunque tu siamo che ti giungerà tutto il mio Amore di figlia”

 

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